La Regione Veneto ha emesso il 30 gennaio un lungo comunicato per spiegare che, con una “soluzione tecnica” che va “oltre l’ordinarietà delle procedure”, viene garantita alle aziende di trasporto pubblico locale della regione il pagamento dell quota residua (pari al 40%) del Fondo nazionale per il trasporto pubblico locale per il 2015. L’impegno del vicepresidente e assessore al bilancio Gianluca Forcolin e dell’assessore ai trasporti Elisa De Berti ha consentito di individuare “una soluzione tecnica di bilancio” e di trovare le relative risorse per risolvere “il problema delle conseguenze del ritardo nel trasferimento dei finanziamenti da parte dello Stato che ha causato una situazione di difficoltà alle aziende che gestiscono il trasporto pubblico locale”, spiega ancora la nota.
In pratica, la Regione ha trovato il modo di anticipare i fondi, lavorando tra le pieghe di bilancio, perché – come puntigliosamente spiega la nota – “il Ministero dei trasporti ha erogato l’ultima rata, pari al 40% delle risorse 2015, solo a dicembre con attribuzione al Veneto di 162.870.337,12 euro”. Gli amministratori regionali tengono a puntualizzare che il ritardo nell’erogazione da parte del governo “è dovuto anche al fatto che lo sblocco dei fondi era subordinato alla verifica del raggiungimento degli obiettivi di efficientamento da parte delle Regioni”. Questo passaggio – spiegano ancora gli amministratori – “avrebbe dovuto premiare le performances delle regioni più virtuose, tra cui il Veneto, riconoscendo ad esse l’intera assegnazione della quota e, viceversa, penalizzare con un’assegnazione ridotta quelle meno virtuose”. La conclusione è contenuta sempre nella nota: “diversamente dalle attese tutto questo ha rallentato enormemente l’erogazione, anche per le Regioni più virtuose”, tra cui ovviamente c’è proprio il Veneto.
Trattandosi di “efficientamenti”, la vicenda non è male. Giustamente lo Stato pretende dalle Regioni che realizzino gli obiettivi di efficientamento, perché l’assenza di contolli stringenti sull’effettiva entittà delle spese e – dall’altro lato – la verifica delle risorse effettivamente necessarie per il funzionamento dei servizi ha costituito (e in parte costituisce ancora) uno dei punti deboli del “sistema TPL” e uno dei maggiori punti critici del tormentato rapporto tra enti territoriali e amministrazione centrale. Il Fondo unico nazionale e – soprattutto – l’adozione del criterio dei “costi standard” avrebbe dovuto condurre perlomeno ad un avvio della razionalizzazione del sistema. La vicenda del Veneto, messa in luce dal comunicato della Regione ma che probabilmente si è ripetuta per altre amministrazioni, dimostra che di “efficientamenti” ce ne sono ancora da realizzare parecchi: con colpe che – probabilmente – non sono da attribuire ad un unico soggetto (anche lo Stato potrà accampare i suoi buoni motivi per il ritardo), ma che rivelano in ogni caso tutte le problematicità di un funzionamento del sistema, di cui a portare i pesi sono le aziende finali che dovrebbero organizzare i servizi e sono costrette ai salti mortali per trovare le risorse necessarie per far andare avanti l’attività quotidiana. Con conseguenze anche per i cittadini: perché le aziende devono impegnare tempi e costi per la gestione di processi che dovrebbero essere “normali” e perché l’incertezza del futuro rappresenta comunque un freno alla capacità di programmazione o di investimento (difficile ipotizzare di poter offrire un servizio aggiuntivo o migliore, se non si ha la disponibilità dei mezzi per l’ordinario).
Il comunicato del Veneto si chiude con l’avvertenza che la Regione stessa “solleciterà il ministero affinché per il 2016 i decreti vengano firmati al più presto” e non in ritardo come successo nel 2015: l’auspicio è che gli “obiettivi di efficientamento” diventino la pratica comune di questo Paese, perché questa è la prima riforma di cui si ha bisogno.