Il dibattito sulle privatizzazioni, viste sia come soluzioni di alcuni problemi di carattere gestionale, sia come un modo per fare – diciamolo brutalmente – cassa, si ripropone a ritmo incessante. In questi giorni si parla di Poste ed è noto a tutti che, per il prossimo anno, si parlerà delle Ferrovie dello Stato. Facciamo un passo indietro ed esaminiamo quanto è successo ad altre grandi aziende che sono state privatizzate e rispetto alle quali siamo ormai in grado di valutare la positività o meno delle scelte governative per l’economia italiana. Nel 1992 il governo Amato, in una notte, attinse da tutti i conti correnti degli italiani una cifra pari al 6 per mille dei depositi per evitare il default del Paese; qualche settimana dopo, in un clima drammatico, decise di trasformare in Società per Azioni le Partecipazioni Statali: colossi come Eni e Iri, che stavano vacillando sotto i colpi di tangentopoli, subirono una profonda trasformazione organizzativa con l’abolizione delle giunte esecutive che rispondevano esclusivamente a logiche politiche e l’insediamento di nuovi vertici, fatti di consigli di amministrazione e amministratori delegati. Il 12 agosto dello stesso anno le Ferrovie dello Stato, nate nel 1905, furono trasformate in SpA: in questo modo uscirono dall’orbita della norma amministrativa per rispondere alle regole del diritto privato, cioè al risultato economico. Alla trasformazione in SpA della vecchia azienda monopolista fece seguito un profondo cambiamento organizzativo: la divisionalizzazione prima e la costituzione di società, tra cui Rete Ferroviaria Italiana e Trenitalia poi. Ciò accadeva mentre, contestualmente, le aziende che facevano numero 25 – 30 Settembre 2015 3 parte delle Partecipazioni Statali, ormai trasformate in SpA, si aprivano al mercato con la quotazione in borsa di quote rilevanti del capitale. Di queste aziende, che facevano parte di un modello economico tutto italiano, oggi cosa è rimasto? In piedi ci sono solo Eni , Enel e Finmeccanica, tutte profondamente trasformate rispetto alle missioni che imponevano i vecchi statuti. Basti pensare che, ad esempio, nella mission dell’Eni vi era l’impegno “a garantire l’approvvigionamento energetico del Paese”, mentre oggi il flottante è in mano a una miriade di azionisti di natura esclusivamente finanziaria. Morale: quella privatizzazione ha trasformato radicalmente il ruolo dell’azienda energetica. Abbiamo fatto questo excursus storico per porre un problema che non riguarda la privatizzazione di una quota (il 40 per cento) delle Ferrovie o l’immissione sul mercato di asset che producono ricchezza ma capire se, con la privatizzazione di questa fondamentale azienda pubblica, i nuovi azionisti, che potranno intervenire sulle scelte aziendali fatte dal management, siano in grado di smantellare quanto è stato costruito in anni di investimenti pubblici, collegando con le rotaie quasi tutte le città del Paese. Dovrà essere fatta, a nostro parere, una scelta oculata, affidando un ruolo fondamentale alla golden share, in modo da poter contrastare le pericolose logiche del puro e semplice profitto. Il tema si pone anche per le tante municipalizzate che operano nel settore del trasporto pubblico dove, in molti casi, la trasformazione in SpA ha comportato sicuramente la dotazione di metodologie più dinamiche negli acquisti, nella gestione dei contratti con i fornitori, nel tipo di servizi forniti. Bene quindi le SpA, ma anche in questi casi sarà necessario valutare se l’eventuale privatizzazione possa creare effetti benefici per i cittadini. Nel settore del TPL abbiamo in questi ultimi tempi assistito a interessanti processi di carattere industriale quali l’acquisizione di alcune aziende da parte del gruppo FS che era, ed è ancora al cento per cento pubblico. Inoltre si sono verificate acquisizioni di società da parte di privati, così come tentativi di vendere quote significative di aziende a partner anche stranieri. Il settore si sta dimostrando dinamico ma, allo stato attuale, processi di quotazione in borsa sono difficilmente realizzabili, soprattutto in considerazione dei vincoli di servizio pubblico. Tornando alle Ferrovie e alla loro quotazione in Borsa, una cosa è certa: entro il prossimo mese di marzo il Ministero del Tesoro dovrà confermare alla UE che i tempi della quotazione saranno rispettati e quindi, entro la fine del 2016, l’operazione verrà avviata. Quali le modalità? Questo è oggetto della querelle che divide, come è noto, il presidente Messori dall’amministratore delegato Elia. Sarà quindi l’azionista a decidere e vedremo nelle prossime settimane quale strada sceglierà. A noi preme ricordare che la scelta non deve andare a discapito del servizio ferroviario che, con l’Alta Velocità, sta vivendo un nuovo rinascimento, ma che, soprattutto nelle aree metropolitane, può svolgere un servizio essenziale (e migliore) per milioni di cittadini.