La campagna Fit Cisl: se il sindacato difende il mezzo pubblico oltre che i lavoratori

Le stazioni della metropolitana di Roma e Milano sono state tappezzate con manifesti che mostrano plasticamente quale può essere la differenza tra un treno nuovo e lo stesso convoglio dopo il “trattamento” operato dall’azione dei vandali, sotto lo slogan “Mezzo pubblico e mezzo no?”. Il contrasto è quanto mai espressivo e, senza bisogno di ricorrere a particolari giurie, si può affermare che si tratta di una delle campagne pubblicitarie più indovinate degli ultimi tempi; ovviamente, il giudizio risulta ancora più rafforzato, se si hanno a cuore le questioni del trasporto locale e la difesa del patrimonio pubblico, che non a caso il manifesto ricorda “dipende anche da te” e, quindi, in sostanza da tutti noi. La campagna promossa dalla Fit Cisl allarga, forse per la prima volta, l’orizzonte del sindacato non solo alla difesa delle condizioni materiali del lavoratore (che rimane, ovviamente, il compito primario), ma anche alla difesa di quel qualcosa in più che è il bene pubblico. In realtà, difendendo quei beni che poi sono lo strumento con cui i lavoratori del trasporto pubblico “si presentano” ai cittadini, si difende anche la dignità di una prestazione che viene inficiata  (per colpe, evidentemente, non imputabili ai lavoratori stessi) nel suo accoglimento da parte dei cittadini, ma questo è solo un effetto che potremmo definire indotto e che probabilmente non è il cuore della campagna.

L’iniziativa della Fit Cisl, infatti, utilizza i mezzi di comunicazione di massa, ma si rivolge particolarmente alle scuole, cioè alle giovani generazioni, perché – come spiega il segretario generale Antonio Piras –  “gli adulti del futuro sono i bambini e i ragazzi di oggi e noi vogliamo lavorare  soprattutto su di loro”. La campagna è rivolta a tutti i giovani delle scuole, di ogni ordine e grado, e prevede – oltre alla distribuzione di brochures, materiali e varie iniziative – anche una sorta di concorso per premiare la produzione di elaborati da parte degli studenti, oltre all’invito agli insegnanti a dedicare un’ora di “educazione civica” al tema della salvaguardia della cosa pubblica. Lo slogan che riassume la campagna, “sono Stato io”, è la sintesi efficace di un programma che si basa interamente sulla capacità di coinvolgimento, uno dei motivi essenziali che sta alla base della nascita e della capacità di azione di un sindacato.

Come spiega ancora Piras, la campagna è l’iniziativa di un sindacato che  “fa  cultura” ed “esce dalle sedi sindacali”, ma che cerca anche nuove strade per uscire da una logica di contrapposizioni che si stanno rivelando sempre più sterili, soprattutto nel settore dei trasporti pubblici locali, dove ogni sciopero finisce per recare più danni all’utenza che alle aziende. E’ un percorso di responsabilizzazione che risulterebbe estremamente utile dato che oggi il problema principale – nel TPL come in tutti gli altri settori – sono le risorse, che diventano sempre più “preziose” perché più rare: il tempo del “piè di lista” è inesorabilmente finito ed è illusorio pensare che possa ritornare, trovare le alleanze e le consapevolezze giuste per gestire al meglio tutte le risorse significa anche trovare per l’azione principale del sindacato, che è quella di difendere la condizione dei lavoratori ma anche la salvaguardia delle aziende, come sottolineava con molta efficacia Marco Bentivogli (segretario generale Cisl, ma dei metalmeccanici) ad un recente convegno di SiPoTra.

Tutto bene, dunque? Purtroppo non è così, come dimostra l’esperienza quotidiana proprio nel settore del TPL. L’impegno dei sindacati confederali a trovare una nuova dimensione dell’azione sindacale viene spesso frustrata dai ritardi accumulati nell’aggiornare la regolamentazione del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali (le leggi attuali – per parere pressochè unanime delle Autorità preposte a vigilare il settore – sono romai inadeguate) e, soprattutto, nel disciplinare l’azione stessa dei sindacati, o meglio delle varie sigle o gruppi che si richiamano al sindacato ma spesso non ne hanno neanche la veste giuridica (che, di per sé, è già abbastanza carente). E’ facilmente verificabile che la gran parte delle agitazioni (a volte più proclamate che effettivamente effettuate) proviene da gruppi o da sindacati che alimentano soprattutto istanze corporative o – peggio ancora – di categoria e di settore, condizionando di fatto l’iniziativa degli altri sindacati, ma spesso senza ottenere risultati concreti e tangibili. E invece anche l’iniziativa della Fit Cisl dimostra che il servizio pubblico è oggi uno dei primari beni collettivi, ma è soltanto dall’unione di tutte le forze che si riesce a difenderlo e anzi migliorarlo.